Volevo scrivere un post su quanto io ami la Puglia e la sua gente. Volevo scrivere, e probabilmente scriverò, un altro post in cui parlerò degli amici, della mia “seconda famiglia” barlettana, della focaccia, delle risate, della burrata, delle orecchiette, della bellissima Pietro Mennea Half Marathon.

E invece mentre carico le foto di oggi e riordino l’immensa mole di lavoro che ho fatto oggi assieme ai miei collaboratori sfoglio le pagine di Facebook dei miei contatti e quella rabbia sorda che forse il freddo di stamattina aveva tenuto sopita all’improvviso sale e irrompe come una marea.

Chi mi conosce sa quanto, del mondo della corsa, io ami soprattutto il lato caciarone e goliardico, il lato umano ma non necessariamente serioso di chi si mette in gioco. E dunque, la marea da cosa è stata sospinta?

Semplicemente da due squalifiche, una solo minacciata, l’altra messa in atto realmente. Ed è quest’ultima che mi fa veramente imbestialire. Ero al traguardo a fotografare gli arrivi, e già la mia attenzione era stata richiamata da un personaggio in divisa Fidal che, incurante del mio pass e della pettorina di fotografa ufficiale di gara ha provato a cacciarmi a male parole, vincendo prontamente un vaffanculo mascherato da sobria compostezza.

Lo stesso personaggio in più di un’occasione ha spintonato e strattonato diversi finisher che, come spesso facciamo noi runner alla fine di una fatica, si erano fermati per un abbraccio, una lacrima, un cinque. “Dovete andarvene da qui, andate viaaaa!!!” e altre gentilezze urlate a volume iperrealistico e toni da kapò.

Poi l’arrivo di un gruppo di spingitori. Un padre, Nicola, che assieme ad alcuni amici spingeva la carrozzina del figlio diversamente abile. “Sai, lui si diverte come un pazzo a fare le gare con me”, mi ha detto poi al telefono quando l’ho chiamato. Ma poco prima del traguardo la moglie di Nicola, che li aspettava, si è lascia sfuggire il cagnolino, “perchè quando vede mio figlio il cane diventa matto e gli vuole saltare in braccio”. Nicola è riuscito ad afferrare il guinzaglio, ma sotto l’arco la doccia fredda. “Lei di qui col cane non può passare, io la squalifico”. E via spintoni, e probabilmente anche un calcio perchè io stessa ho sentito il cane guaire.

E indovinate un po’… in classifica adesso il nome di Nicola campeggia tristemente in fondo alla pagina dei finisher, evidenziato come una lettera scarlatta marchio di una colpa che non esiste.

Come la colpa di Neno, il mitico clown del podismo italiano. Mica uno qualunque, il Neno, che se ci parli 5 minuti (non di più, bastano cinque) e ti spiega cosa fa nella vita quando esce di casa vestito da clown ti viene una pelle d’oca da qui a Bari, e non per colpa del vento freddo che c’era oggi. Incredibilmente il Neno l’ha sfangata e in classifica lui con la sua gallina in testa e il suo naso rosso ci sono ancora, ma la rabbia per quelle urla e quelle scenate sconsiderate al termine di una giornata che avrebbe dovuto essere di festa rimangono e fanno male.

Fanno male a chi come noi ama lo sport e la vita, ama il messaggio che queste persone portano con sè. Fanno male a chi, come Gionata e Mariella e tutti i ragazzi della Barletta Running, si è fatto il mazzo per mesi per organizzare una giornata perfetta rovinata dalle stupide frustrazioni di chi non capisce che dovrebbero essere altre le regole da far osservare pedissequamente.

Fanno male a chi, forse, avrebbe voluto tornare l’anno prossimo ma magari ci penserà due volte prima di iscriversi.
E questa è la cosa che fa più male, perchè più triste del non avere alcuna passione nella propria vita c’è forse il sadismo del voler spegnere le altrui passioni.

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