E dire che ormai lo dovrei sapere, quanto sono lunghi 42 km.
Eppure puntualmente ci ricasco e mi vado ad impelagare. Ma dopo lo stop per la fascite e una serie di maratone e trail vissuti da fotografa, con una sofferenza nel cuore inimmaginabile, quando mi è arrivata la chiamata da Lisa e Alessio non ho esitato un solo secondo: sì, a Roma ci vengo, sì, la scopa delle 7 ore e 30 la faccio io.
Una follia, e anche una certa responsabilità, nonostante tutto. Perchè rimettersi in piedi dopo oltre due mesi di stop mica è facile, e chiudere ufficialmente la più grande maratona d’Italia nell’anno della Jubilee edition lo è ancora meno.
Ma tant’è.
Sabato mi presento al centro maratona con il mio socio di lentezza Roberto, e lì la mazzata: “Dovete passare da San Pietro entro le 11.15, altrimenti deviano il percorso della gara”.
Passare da San Pietro entro le 11.15 vuole dire fare i primi 17 km a un ritmo lento, ma sostenuto rispetto al tempo complessivo in cui dobbiamo chiudere la corsa.
Ci proviamo, io e Robby, ma è impossibile: ci ritroviamo sovrapposti ai pacer delle 7 ore, talvolta anche a quelli delle 6 ore e 30. Ferma tutto, rallenta e pazienza per il Vaticano, tanto da via della Conciliazione ci passiamo lo stesso, San Pietro chi corre con noi la vedrà in lontananza.
I km scorrono lenti lenti, lenti. Passiamo dalla mezza maratona alle 3 ore e 30: tanto? Troppo? Troppo poco? Non lo so. Il tempo limite era 3h 45, ma vogliamo tenerci un po’ di margine per diminuire l’andatura nella seconda parte di gara.
12974504_10208840218393053_5935657607628724222_nAndiamo avanti, e chissà per quale motivo il pezzo più noioso della maratona coincide con il mio muro personale, quegli infiniti km fra i 21 e i 29 in cui porcaputtanamaperchènonsonostataacasa. Ma siamo in compagnia, con i barlettani che scortano il veterano e senatore Eligio Lomuscio, due sciure irlandesi con le quali chiacchiero rispolverando il mio arrugginito inglese. Parliamo di viaggi, di verde Irlanda, di maratone, di Italia, di rugby, di foto sportive, e in qualche modo i km passano.
Mi chiama Lisa per sapere come va e la rassicuro, ma lì la seconda mazzata: “Mi spiace, non riesco ad essere al traguardo quando arrivi, devo allattare il pupo e non so se ce la faccio”.
Mando giù il magone, ci tenevo davvero ad abbracciare la mia amica alla fine di questo viaggio, ma a questo punto ci arriverò in fondo con una motivazione in più: lei mi ha dato fiducia, inserendomi nell’organico dei pacer, e la sua fiducia non va tradita.
Andiamo avanti, un passo dopo l’altro. I gps sono impazziti già da un po’, quindi ci basiamo solo sul tempo dello sparo e sul kilometraggio sulla strada: un’armata Brancaleone al servizio della maratona, mentre i romani protestano e brontolano perchè finchè non passiamo noi la città è nelle nostre mani.
Attorno al 35° torniamo in centro storico: davanti a noi Roma splende e luccica, con quella sua luce pazzesca e i suoi monumenti. Piazza Navona mi mette le lacrime agli occhi, per quanto è bella: due ali di folla che applaudono anche noi che siamo gli ultimi, nessuno ci fa mancare un sorriso o un applauso, io rido e mi emoziono, come sempre.
Nel mentre,però, perdo il mio socio che, attardatosi con Eligio al penultimo ristoro viene incanalato fuori percorso, con il rischio che non riesca ad arrivare con me. Rallento, ho margine, ma non mi posso fermare. Vado avanti, rallento ancora, passo il 40° quando ho ancora 28 minuti, spero che ce la facciano a riprendermi.
Scorto anche Christophe, un francese che si affida a me per arrivare penultimo, ci tiene e mica posso deluderlo.
E finalmente l’ultima discesa, l’ultima curva, e davanti a noi l’altare della patria e il colosseo e il traguardo.
Eccoli qui, i miei ultimi 195 metri, quelli per cui vale la pena fare tutta questa fatica: il cuore del maratoneta vive per questo. Sono in perfetto orario, il mio gps segna 7 ore e 29 minuti e sblisga. Ma mentre mi avvio, mi sento chiamare: Roberto ed Eligio, 50 metri dietro di me: un millisecondo per decidere. Me ne frega qualcosa del cronometro? No. Mi volto e li vado a prendere, Christophe viene con me, abbiamo faticato insieme e insieme si arriva.
12932939_10208842626413252_4444789229840359723_nPrendo la mano di Eligio, lo incitiamo, “abbiamo gambe e fiato finchè vuoi”. Più o meno.
Via di corsa, con i centurioni ad aspettarci, il Colosseo sullo sfondo che fa sembrare tutto ancora più epico e magico. Al traguardo, anche Lisa: la vedo e le crollo addosso, la abbraccio e iniziamo a piangere, perchè non c’è nulla da fare, questa è un’emozione alla quale non mi abituerò mai.
Mi maledico, mi incazzo con me stessa, mi chiedo perchè ci casco tutte le volte. Ma poi ci sono queste lacrime, questo batticuore, questa adrenalina che non se ne va anche se sono stanca da morire. Piango, rido, urlo: mi mettono una coroncina di alloro in testa, una medaglia al collo, io continuo a piangere e ridere allo stesso tempo, continuo ad abbracciare Lisa ed Eligio e Christophe e le mie amiche irlandesi e Nicola e Mery e Cinzia con le quali ho condiviso tanti km, continuo a piangere, manco l’avessi vinta, questa maratona.
No, non l’ho vinta e il mio nome campeggia orgogliosamente all’ultimo posto della classifica: questo dovevo fare e questo ho fatto.
Orgogliosa di me stessa, felice ed emozionata, perchè ora so qual è la strada da seguire: aiutare chi vuole realizzare un sogno, senza perdere mai il sorriso.
Grazie Roma.

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